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El Niño sta tornando e l'Europa non è pronta
Photo by Dirk Erasmus / Unsplash

El Niño sta tornando e l'Europa non è pronta

Tutto inizia con un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale. Da lì scatta una reazione a catena: raccolti distrutti, inondazioni, siccità. Secondo i meteorologi ricorda il super evento che devastò il mondo nel 1877.

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El Niño sta tornando e l'Europa non è pronta
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L'82% di probabilità entro luglio. Il 96% che persista fino all'inverno 2026-2027. I numeri del National Weather Service statunitense non lasciano spazio a interpretazioni: El Niño sta per tornare, e stavolta potrebbe essere particolarmente violento. Alcuni modelli climatici prevedono anomalie termiche superiori ai 3°C nel Pacifico equatoriale, ben oltre la soglia dei 2°C che definisce un «Super El Niño». L'Organizzazione Meteorologica Mondiale stima un rischio concreto di eventi meteorologici estremi su scala planetaria, con conseguenze economiche valutate in migliaia di miliardi di dollari.

Per l'Italia e l'Europa meridionale, l'idea che El Niño sia un problema geograficamente distante appartiene ormai al passato. Il fenomeno del 2023-2024, tra i cinque più intensi mai registrati, ha contribuito al record assoluto di temperatura media globale — e le sue conseguenze non si sono fermate alle statistiche: raccolti devastati in Africa australe, alluvioni catastrofiche in Kenya e Tanzania, siccità prolungate nel Sud-Est asiatico. Un effetto domino climatico partito dal Pacifico che ha raggiunto le nostre latitudini attraverso meccanismi atmosferici che la scienza non ha ancora del tutto decifrato.

Come un oceano lontano condiziona il Mediterraneo

El Niño funziona come un gigantesco motore termico. Quando gli alisei nel Pacifico tropicale si indeboliscono o invertono direzione, l'acqua calda normalmente spinta verso l'Indonesia rifluisce verso le coste sudamericane. L'energia accumulata nell'oceano si trasferisce all'atmosfera attraverso l'evaporazione, alterando i modelli di circolazione globale. A metà maggio 2026, il livello del mare al largo del Perù risultava già superiore di oltre 15 centimetri rispetto alle medie storiche, segnale inequivocabile del riscaldamento in corso negli strati superficiali.

L'impatto sull'Europa resta il capitolo più difficile da scrivere. A differenza delle zone direttamente investite — Sudamerica, Australia, sud-est asiatico — il continente europeo subisce influenze indirette, mediate dall'Oscillazione nordatlantica e da altri sistemi atmosferici regionali. Eppure le ricerche più recenti suggeriscono scenari inquietanti. Axel Timmermann dell'università nazionale di Pusan avverte: «Le nostre simulazioni prevedono El Niño e La Niña sempre più estremi e ravvicinati, con effetti amplificati ben oltre l'epicentro: in particolare sull'Europa». Il meccanismo ipotizzato coinvolge una sincronizzazione progressiva tra le oscillazioni del Pacifico e quelle dell'Atlantico settentrionale, con il risultato di oscillazioni più marcate tra periodi di piogge abbondanti e siccità prolungate anche nel bacino mediterraneo.

Il conto economico di un clima impazzito

Christopher Callahan dell'università dell'Indiana ha quantificato l'impatto dei tre Super El Niño precedenti — 1982-1983, 1997-1998, 2015-2016 — in perdite economiche globali superiori complessivamente ai 10.000 miliardi di dollari. «L'entità della perdita è direttamente correlata all'intensità della temperatura nell'oceano», spiega. Se i modelli attuali si riveleranno accurati, il fenomeno in arrivo potrebbe replicare o superare quei numeri.

Il confronto corre inevitabilmente alla memoria storica: gli esperti guardano con attenzione al catastrofico Super El Niño del 1877-1878, che innescò una delle peggiori crisi alimentari dell'era moderna, causando carestie e milioni di vittime in diverse aree del globo. Sebbene oggi le tecnologie di monitoraggio e la resilienza economica siano radicalmente diverse, l'intensità termica prevista per il 2026 richiama l'eccezionalità di quell'evento, ricordandoci che la natura, se stimolata da condizioni oceaniche estreme, conserva una capacità distruttiva senza precedenti.

Per l'Italia, paese già alle prese con la desertificazione crescente del Mezzogiorno e l'instabilità idrogeologica delle regioni settentrionali, le conseguenze potrebbero tradursi in rese agricole ridotte, stress idrico estivo e maggiore frequenza di eventi alluvionali autunnali.

La comunità scientifica concorda su un aspetto: il riscaldamento globale antropico non aumenta necessariamente la frequenza di El Niño, ma ne amplifica gli effetti. Un'atmosfera più calda contiene più umidità, trasformando le piogge in alluvioni e accelerando l'evaporazione durante le siccità. Richard Allan dell'università di Reading sintetizza: «Quando pioverà, scenderà più pioggia. E i suoli si seccheranno più rapidamente quando fa caldo». Un pianeta più caldo di 1,55°C rispetto all'epoca preindustriale — livello raggiunto nel 2024 — offre a El Niño un palcoscenico energeticamente più ricco, con conseguenze proporzionalmente più severe.

L'Italia dispone di sistemi di allerta meteorologica avanzati, ma integrarli con le previsioni di lungo periodo legate all'ENSO rappresenta ancora una sfida. Antonio Guterres, segretario generale ONU, ha definito il fenomeno «un urgente allarme climatico», sollecitando l'abbandono dei combustibili fossili e la costruzione di sistemi di allerta accessibili universalmente entro il 2027. Attualmente 128 paesi dispongono di tali infrastrutture, ma la copertura resta disomogenea. Per l'Europa mediterranea, abituata a pensare i rischi climatici in termini locali — ondate di calore, incendi boschivi, grandinate — la sfida consiste nell'integrare fenomeni apparentemente remoti come El Niño nelle strategie di adattamento nazionale.

Le domande de L'Analista

L'agricoltura italiana è pronta ad affrontare oscillazioni climatiche più ampie e rapide, con alternanze imprevedibili tra siccità e alluvioni nel giro di pochi mesi? E in che misura le politiche di gestione delle risorse idriche tengono conto delle teleconnessioni atmosferiche tra Pacifico e Mediterraneo, considerando che i prossimi decenni potrebbero vedere un'intensificazione di questi legami secondo i modelli più recenti?

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