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Enshittification: perché smartphone e lavatrici durano sempre meno

Tutto si rompe e niente sembra più fatto per durare. Non è un caso, ma un modo per costringerci a cambiare spesso prodotti e servizi. L’Unione Europea prova a mettere dei paletti, ma una legge può davvero cambiare un sistema che oggi guadagna di più ogni volta che qualcosa si rompe?

Smartphone aperto sul banco di lavoro per una riparazione, con i circuiti interni, la batteria e i componenti elettronici esposti accanto a strumenti di precisione.
Photo by Joel Rohland / Unsplash
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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Esiste un termine che spiega perché, oggi, tutto sembra peggiorare: dalle app che usiamo ogni giorno agli oggetti che abbiamo in casa. Questa parola è enshittification. Coniata dal ricercatore Cory Doctorow per dare un nome alla frustrazione di milioni di utenti, è diventata così rappresentativa da essere eletta "parola dell'anno".

Non è un semplice termine tecnico, ma una diagnosi accurata: descrive lo "svaccamento" programmato di un intero sistema. Che si tratti di un software che diventa inutilizzabile o di un elettrodomestico che si rompe dopo pochi anni, la logica è la stessa. L’enshittification cattura l’essenza della nostra epoca, dove la qualità viene deliberatamente degradata per trasformare l'utilità in profitto per pochi e costringerci a ricomprare continuamente.

Il paradosso è che molti di questi servizi erano, all'inizio, genuinamente utili e li abbiamo adottati perché risolvevano problemi reali. Ma una volta instaurata la dipendenza e alzati i costi di uscita, inizia quella che Doctorow chiama "estrazione", un meccanismo che segue sempre lo stesso schema:

  • L'esca: la piattaforma nasce puntando tutto sull'esperienza dell'utente. È gratuita, utile e senza pubblicità. L'unico obiettivo è conquistare milioni di persone e renderle dipendenti dal servizio (perché "ci sono tutti" o per i propri dati).
  • Il trappolone: una volta che gli utenti sono "intrappolati", l'azienda sposta l'attenzione verso chi paga: gli inserzionisti. Iniziamo a vedere più pubblicità e meno post dei nostri amici; il servizio non serve più a noi, ma a vendere la nostra attenzione a chi offre di più.
  • Il colpo di grazia: in questa fase finale, l'unico obiettivo è massimizzare i profitti per gli azionisti a scapito di tutti gli altri. Vengono alzate le commissioni per le aziende e ridotti i vantaggi per gli utenti finali, introducendo costi per funzioni prima gratuite. Il servizio peggiora deliberatamente perché la nostra dipendenza è ormai consolidata.

È ciò che vediamo ogni giorno: ricerche Google intasate di link sponsorizzati, Amazon che nasconde i prodotti rilevanti sotto la pubblicità e TikTok trasformato in un canale di e-commerce. La traiettoria è la stessa per tutti.

Prima si rompe, prima si ricompra

Ciò che rende il concetto di enshittification particolarmente potente è che descrive qualcosa di molto più ampio del software. La stessa logica governa il mondo fisico da decenni: prodotti progettati per rompersi, ricambi impossibili da trovare, riparazioni ostacolate da software proprietario.

La differenza è che nel digitale il degrado è più rapido e visibile, mentre nel fisico lo stesso processo è stato normalizzato sotto il nome di «obsolescenza programmata».

Un telefono che smette di ricevere aggiornamenti dopo tre anni. Una lavatrice con componenti incollati invece che avvitati. Un'auto in cui per attivare il riscaldamento dei sedili, inserito di serie, il costruttore richiede la sottoscrizione del servizio. Tre esempi della stessa strategia: ridurre la durata del prodotto per aumentare la frequenza di acquisto, trasformando l'utente da proprietario ad abbonato permanente al ciclo di sostituzione.

Il diritto di riparare esiste. Per ora, sulla carta

L’Europa sta cercando di contrastare il peggioramento di prodotti e servizi muovendosi su due binari paralleli: quello degli oggetti reali e quello delle piattaforme internet.

Per quanto riguarda gli oggetti fisici, come smartphone o lavatrici, esiste la nuova Direttiva sul Diritto alla Riparazione. Questa legge stabilisce che i produttori non possono più disinteressarsi di un prodotto appena scade la garanzia. Sono obbligati a offrire soluzioni per ripararlo e, cosa molto importante, non possono usare trucchi nel software per impedire a riparatori indipendenti o privati di aggiustare l'oggetto. L'obiettivo è far sì che un piccolo guasto non ci costringa a buttare via tutto per comprare il modello nuovo.

Per il mondo digitale, lo strumento principale è il Digital Markets Act (DMA). Questa norma si rivolge ai "gatekeeper", ovvero i giganti tecnologici che controllano i mercati online. La legge impone loro l'interoperabilità: significa che queste grandi aziende devono permettere ai propri servizi di comunicare con quelli di altre società più piccole. L'idea è quella di rompere il monopolio che obbliga gli utenti a restare dentro un unico sistema chiuso, facilitando la possibilità di cambiare app o sito senza perdere i propri dati o contatti.

Queste due leggi insieme segnano un cambiamento importante. In passato si lasciava che fosse il mercato a decidere le regole; oggi, l'Unione Europea stabilisce per legge che i produttori e le piattaforme hanno dei doveri precisi verso i consumatori per garantire che ciò che acquistiamo duri di più e sia più aperto alla concorrenza.

Perché la qualità non è una priorità

Le nuove normative europee, pur essendo un passo avanti, presentano limiti concreti. La direttiva sul diritto alla riparazione si applica infatti solo a una lista ristretta di prodotti, come smartphone e lavatrici, lasciando fuori la maggior parte degli elettrodomestici che usiamo in casa. Inoltre, la legge permette ai produttori di fissare il prezzo dei ricambi in autonomia: se il costo di un componente rimane troppo alto, riparare l'oggetto continua a non convenire rispetto all'acquisto di uno nuovo. Anche i brevetti sui pezzi di ricambio restano un ostacolo, poiché permettono alle aziende di mantenere il monopolio sulle riparazioni.

Il problema di fondo non riguarda solo le leggi, ma il modello economico attuale. La enshittification digitale e l'obsolescenza dei prodotti fisici non sono errori, ma strategie mirate: alle aziende conviene che un prodotto si rompa o che una piattaforma peggiori se questo garantisce guadagni maggiori e più veloci agli azionisti. Sia il Diritto alla Riparazione che il Digital Markets Act intervengono per limitare i danni, ma non obbligano le aziende a progettare oggetti che durino nel tempo. Finché distruggere valore per l'utente sarà più redditizio che creare prodotti di qualità, le regole potranno solo rallentare il declino senza fermarlo del tutto.

Le domande de l'Analista

Se i produttori mantengono il controllo totale sul prezzo dei ricambi, la nuova direttiva europea sta davvero proteggendo i consumatori o sta solo fornendo un "bollino di legalità" a una pratica che, nei fatti, rimarrà economicamente inaccessibile?
Considerato che la enshittification digitale e l'obsolescenza fisica rispondono alla stessa logica di estrazione del valore, è ancora realistico pensare di arginare il problema con regolamenti tecnici (come il DMA o il Right to Repair) senza metterne in discussione gli incentivi economici di fondo?

Francesco Vollero

Francesco Vollero

Contributor indipendente de L’Analista, porta una visione tecnica applicata ai grandi temi dell'economia digitale.

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Tag: Tech e AI

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