Il 10 giugno 2026, davanti all'assemblea di Confcommercio, Giorgia Meloni ha tracciato una linea netta: «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici». La risposta indiretta a Elly Schlein e Nicola Fratoianni arriva mentre l'Ufficio parlamentare di bilancio certifica che il 91% della ricchezza creata in Italia negli ultimi quindici anni è finita nelle mani del 5% più ricco della popolazione. Un paradosso che mette a nudo le tensioni tra politica fiscale, equità e sostenibilità dei conti pubblici.

Il ceto medio tra promesse e numeri che non tornano

La presidente del Consiglio ha rilanciato l'impegno a ridurre il carico fiscale per i redditi fino a 60.000 euro, estendendo il taglio dell'Irpef già in vigore per la fascia fino a 50.000 euro. L'obiettivo dichiarato è portare l'aliquota dal 35% al 33%, un intervento che Confcommercio definisce «giusto riconoscimento al ceto medio». Eppure l'Upb avverte: la riforma fiscale ha aumentato le disparità tra tipologie di reddito, allontanando l'obiettivo di equità orizzontale previsto dalla delega. L'accresciuta progressività Irpef convive con l'ampliamento della flat tax, creando trattamenti differenziati tra lavoratori dipendenti e autonomi. Risultato: un sistema che premia alcuni mentre resta tra i più opachi d'Europa per fedeltà al fisco.

Il direttore generale del Tesoro, Riccardo Barbieri Hermitte, sottolinea che la riduzione del debito pubblico deve restare «la stella polare» della politica di bilancio. Ma il piano di privatizzazioni previsto dal Documento di finanza pubblica vale appena lo 0,8% del Pil, e gran parte della discesa del rapporto debito-Pil nel 2027 dipende da variabili incerte come lo shock energetico. La clausola europea sull'energia potrebbe offrire margini di manovra, ma non prima di settembre. Nel frattempo, il governo promette tagli fiscali senza chiarire dove troverà le coperture. La manovra rischia di assomigliare a un esercizio di equilibrismo tra annunci e vincoli di bilancio.

L'Europa tassa i patrimoni, l'Italia tassa gli immobili

Mentre Meloni esclude la patrimoniale, i dati Oxfam mostrano che il 5% più ricco degli italiani controlla il 48% della ricchezza nazionale, più di quanto detiene il 90% meno abbiente. Ma l'anomalia italiana non sta solo nella concentrazione: sta nell'assenza di strumenti redistributivi sui grandi patrimoni. In Norvegia l'imposta sul patrimonio netto genera lo 0,6% del Pil, in Svizzera supera l'1%, in Spagna le aliquote arrivano al 3,5% per le fortune superiori ai 3 milioni. La Francia ha sostituito l'Impôt de solidarité sur la fortune con una tassa solo immobiliare, suscitando critiche, ma mantiene comunque un prelievo sulle successioni che vale l'1,36% del gettito fiscale. In Italia quella cifra scende allo 0,1%, tra le più basse d'Europa.

Il 63% della ricchezza dei miliardari italiani deriva da eredità, contro una media mondiale del 36%. Eppure la tassazione sulle successioni resta simbolica. L'Irpef ha tre scaglioni, con l'aliquota massima del 43% che scatta a 50.000 euro: chi dichiara 60.000 euro e chi ne dichiara milioni paga la stessa aliquota marginale. In Germania l'aliquota più elevata scatta oltre i 278.000 euro, in Spagna oltre i 300.000. L'Italia non solo non tassa i grandi patrimoni, ma tratta allo stesso modo redditi medio-alti e altissimi, mentre regimi sostitutivi e flat tax erodono la progressività. Il risultato è un sistema fiscale che, formalmente universale, risulta regressivo nella pratica.

Le domande de L'Analista

Può un Paese con il debito pubblico italiano permettersi di rinunciare al gettito potenziale di una tassazione progressiva sui grandi patrimoni, mentre promette nuovi tagli fiscali senza indicare coperture certe? La sfida non riguarda solo l'equità, ma la tenuta dei conti e la credibilità internazionale.

E se il modello nordeuropeo dimostra che anche i sistemi di welfare avanzati faticano a contenere le disuguaglianze patrimoniali, quale alternativa può proporre l'Italia senza strumenti redistributivi efficaci? La risposta del Governo potrebbe definire non solo la prossima manovra, ma l'intero equilibrio sociale del Paese nei prossimi decenni.