Un drone marittimo è esploso ieri mattina presso il porto di Costanza, in Romania, provocando danni a un molo commerciale e sollevando interrogativi sulla sicurezza delle infrastrutture portuali nel bacino del Mar Nero e dell'Adriatico. L'esplosione, avvenuta nella zona dei terminal container, non ha causato vittime ma ha danneggiato strutture logistiche utilizzate per il transito di cereali ucraini verso i mercati europei. La drammaticità del momento è testimoniata da un video in diretta di Euronews, diventato subito virale, che mostra una reporter TV costretto a fuggire precipitosamente davanti alle telecamere per mettersi al riparo subito dopo la forte deflagrazione. Le autorità rumene hanno avviato un'indagine a tutto campo per fare luce sull'accaduto, senza escludere alcuna ipotesi: dal sabotaggio mirato al malfunzionamento tecnico del dispositivo.
Per l'Italia, l'episodio riaccende l'attenzione su una vulnerabilità strategica spesso sottovalutata: la protezione dei porti adriatici, nodi sensibili per i flussi energetici e commerciali tra Europa orientale e Mediterraneo. Trieste, Venezia, Ravenna e Bari movimentano ogni anno milioni di tonnellate di merci provenienti dai Balcani, dalla Turchia e dal corridoio del Mar Nero. La presenza di droni marittimi, strumenti sempre più diffusi sia in ambito militare sia potenzialmente terroristico, impone una revisione delle misure di sorveglianza e interdizione nelle acque portuali italiane.
La tecnologia dei droni marittimi e il vuoto normativo europeo
I droni marittimi autonomi, noti anche come USV (Unmanned Surface Vehicles), si sono evoluti rapidamente negli ultimi anni. Capaci di navigare senza equipaggio per centinaia di chilometri, possono trasportare carichi esplosivi o essere utilizzati per attacchi asimmetrici contro infrastrutture critiche. Il conflitto in Ucraina ha dimostrato l'efficacia di questi dispositivi: Kiev ne ha impiegati diversi contro navi militari russe nel Mar Nero, mostrando come tecnologie a basso costo possano danneggiare obiettivi di alto valore.
L'Unione europea, tuttavia, non dispone ancora di un quadro normativo armonizzato per il controllo e la difesa contro droni marittimi ostili. Ogni Stato membro gestisce la sicurezza portuale secondo protocolli nazionali, con livelli di coordinamento variabili. L'Italia ha investito in sistemi di sorveglianza radar e acustica in alcuni porti, ma la copertura resta disomogenea. Trieste, snodo energetico dove transita il gasdotto TAP e arrivano navi cisterna dal Medio Oriente, ha rafforzato i presidi dopo il 2022, ma altri scali minori dell'Adriatico presentano lacune operative.
L'esplosione di Costanza evidenzia un altro nodo: la difficoltà di distinguere droni marittimi civili, utilizzati per ricerche oceanografiche o monitoraggio ambientale, da quelli potenzialmente ostili. La Romania, membro NATO e porta d'accesso al Mar Nero, ha ricevuto supporto dall'Alleanza Atlantica per potenziare le capacità di difesa marittima, ma l'incidente dimostra che neppure le infrastrutture militarmente rilevanti sono immuni da intrusioni.
Le implicazioni per i corridoi commerciali italiani
Il porto di Costanza svolge un ruolo complementare rispetto agli scali adriatici italiani. Dopo l'interruzione delle esportazioni di grano ucraino via Odessa, Costanza è diventata la principale via alternativa per i cereali diretti verso l'Europa occidentale, transitando poi attraverso il Danubio o via nave verso Trieste e Venezia. Un attacco mirato a infrastrutture portuali in Romania potrebbe quindi ripercuotersi direttamente sull‘aprovigionamento alimentare europeo e sulla logistica italiana.
Le imprese italiane della logistica e della cantieristica navale stanno iniziando a considerare i droni marittimi non solo come minaccia, ma anche come opportunità. Fincantieri ha avviato progetti di sviluppo di sistemi di difesa portuale basati su contromisure elettroniche e droni di interdizione. Aziende come Intermarine di Sarzana lavorano su piattaforme robotiche per il monitoraggio costiero. Ma l'implementazione su larga scala richiede investimenti pubblici e una strategia nazionale che ancora manca.
Il governo italiano ha inserito nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fondi per la digitalizzazione dei porti, ma la componente di sicurezza fisica contro minacce asimmetriche rimane marginale. L'episodio rumeno potrebbe accelerare una revisione delle priorità, spingendo Roma a richiedere un coordinamento europeo più stringente, magari sotto l'egida della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) in materia di difesa.
Chi lavora per colmare il vuoto
Non mancano segnali di consapevolezza. L'Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) ha lanciato un progetto pilota per mappare i rischi legati a droni marittimi nei porti del Mediterraneo e del Mar Nero. Alcuni Stati membri, tra cui Grecia e Francia, hanno già sperimentato esercitazioni congiunte con la NATO per simulare attacchi con USV. L'Italia ha partecipato a queste manovre, ma con un coinvolgimento ancora limitato rispetto al peso strategico dei propri porti.
Sul fronte industriale, il cluster tecnologico nazionale sulla sicurezza marittima, coordinato dal CNR, sta sviluppando sensori per il rilevamento precoce di droni subacquei e di superficie. La sfida tecnica è distinguere i segnali di imbarcazioni autonome ostili dal traffico marittimo civile intenso, evitando falsi allarmi che bloccherebbero le operazioni portuali. Le soluzioni più promettenti combinano intelligenza artificiale, radar a bassa frequenza e reti di sensori distribuiti.
Parallelamente, cresce la pressione diplomatica per definire regole internazionali sull'uso dei droni marittimi. L'Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha aperto un tavolo tecnico, ma i progressi sono lenti, ostacolati dalle divergenze tra Stati che vedono negli USV strumenti di deterrenza legittimi e quelli che ne temono la proliferazione incontrollata.