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SIMI-FADOI: «Pazienti complessi ma regole del 1988. Urgono letti semintensivi in medicina interna»
Foto di Parentingupstream da Pixabay

SIMI-FADOI: «Pazienti complessi ma regole del 1988. Urgono letti semintensivi in medicina interna»

In Italia, sei pazienti su dieci ricoverati in medicina interna richiedono cure di media-alta intensità, ma i reparti sono ancora classificati «a bassa intensità». SIMI e FADOI chiedono il riconoscimento strutturale delle terapie semintensive.

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SIMI e FADOI: «Servono terapie semintensive riconosciute per legge»
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In Italia, sei pazienti su dieci ricoverati in medicina interna hanno bisogno di cure impegnative. Eppure, per la legge, questi reparti sono ancora considerati «a bassa intensità», con standard e presenza di personale fissati dal decreto ministeriale del 1988 e solo parzialmente aggiornati con il D.M. 70/2015.

Per superare questo paradosso, da Bologna è partito un appello forte: i medici internisti della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) e della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) chiedono a Governo, Ministero della Salute e AGENAS che le cosiddette «terapie semintensive» vengano finalmente riconosciute per legge all'interno dei loro reparti. A loro si aggiungono SIMEU, ACEMC e l'Università di Bologna, a confermare la forza unitaria dell'appello lanciato durante il meeting nazionale «La terapia semintensiva in medicina interna», organizzato dall'Azienda USL di Bologna e dall'Ospedale Maggiore.

Il motivo è semplice: oggi in medicina interna ogni paziente è clinicamente complesso. Uno studio congiunto SIMI–FADOI sui reparti lombardi, pubblicato nel 2025, mostra che circa il 60% dei ricoverati presenta un'intensità di cura medio‑alta.

«Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, con edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi e shock settici» afferma Nicola Montano, presidente SIMI. «Per questo motivo i reparti di medicina interna hanno necessità assoluta di avere al proprio interno letti di terapia semintensiva, con monitoraggio più avanzato e più personale specializzato».

Per assisterli al meglio, l'appello chiede di poter attivare letti costantemente monitorati, aree dedicate e personale medico e infermieristico formato ad hoc. L'obiettivo è anche definire la figura del medico internista del futuro: un «hospitalist» a 360 gradi, capace di intervenire in modo rapido e sicuro quando la situazione del paziente diventa critica, con competenze che vanno dalla ventilazione non invasiva all'ecografia bedside POCUS, dal monitoraggio emodinamico alla gestione delle emergenze cardio‑respiratorie.

Un momento del Meeting nazionale «La terapia semintensiva in medicina interna», che ha visto riunite le principali società scientifiche (SIMI, FADOI, SIMEU, ACEMC) e l'Università di Bologna.
I rappresentanti di SIMI, FADOI, SIMEU, ACEMC e dell'Università di Bologna riuniti al Meeting nazionale «La terapia semintensive in medicina interna».

Per farlo, le società scientifiche stanno preparando un dossier programmatico da presentare all'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) e al Ministero della Salute.

Nicola Montano però è chiaro anche sulla questione spinosa degli organici: «Le difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, a partire dalla carenza di personale infermieristico, renderebbero impossibile un'attivazione immediata e di massa» dei letti di semintensiva. Per questo la richiesta immediata è prima di tutto «il diritto e il riconoscimento giuridico» di poterli attivare, rimandando a una fase successiva la piena implementazione.

Senza questo passaggio, il rischio è di creare terapie semintensive solo sulla carta, come previsto anche nell'allegato tecnico sugli standard ospedalieri del D.M. 70.

Il messaggio alle istituzioni è chiarissimo: senza una legge aggiornata e senza il personale adeguato, il Servizio sanitario nazionale continuerà a curare malati sempre più gravi con standard definiti quasi quarant'anni fa. È una riforma necessaria e urgente, indispensabile per assicurare cure appropriate e maggiore sicurezza ai pazienti più fragili.

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