Il rogo di Amendolara dello scorso 1° giugno, in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi dopo aver protestato per l'alloggio degradato, non è un episodio di violenza isolata, ma l'ennesimo sintomo di un sistema. La dinamica emerge da un decreto di custodia cautelare: le vittime si erano lamentate di vivere in dieci dentro una stanza, e quella rivolta contro la privazione della dignità è sfociata in una ritorsione mortale. Dietro l'orrore della cronaca si nasconde un meccanismo più ampio, che attraversa l'Europa intera e trasforma i canali d'ingresso legali in autostrade dello sfruttamento.
Dal Bangladesh alla Romania, poi in Italia: la truffa del visto regolare
A dare un volto e un nome a questo ingranaggio transnazionale è l'inchiesta di IrpiMedia, che racconta la storia di Rafi, un ventiseienne arrivato dal Bangladesh. Secondo quanto dichiarato, per ottenere un contratto di lavoro regolare in Romania il giovane avrebbe venduto la sua terra e si sarebbe indebitato con i parenti, versando quasi diecimila euro a un'agenzia d'intermediazione. Nei piani avrebbe dovuto fare l'autotrasportatore per la Soaca Enterprises, un'azienda di trasporti romena; nei fatti, sarebbe invece finito a Roma a lavorare come lavapiatti in nero. Quando IrpiMedia ha provato a risalire la catena delle responsabilità, si sarebbe scontrata con un vero e proprio muro di gomma: la società romena avrebbe negato di aver mai cercato manodopera in Asia, l'agenzia bangladese che ha incassato i soldi si sarebbe chiamata fuori e una terza agenzia intermediaria in Romania si sarebbe detta semplicemente «dispiaciuta».
Tra il 2020 e il 2024 i permessi di soggiorno temporanei concessi dalla Romania a cittadini del Bangladesh sono passati da 382 a 4.083. Quelli per cittadini dello Sri Lanka da 1.351 a 7.039. Il Paese ha raddoppiato la quota di lavoratori extra-Ue ammessi, portandola a 100mila unità. Dal primo gennaio 2025 la Romania è entrata in zona Schengen. Il risultato pratico: chi arriva con un visto fasullo può spostarsi liberamente verso altri Stati membri, dove finisce per lavorare in nero o in «grigio», con contratti che dichiarano poche ore a fronte di giornate intere.
Ali Haider Chowdhury, segretario generale dell'associazione bangladese delle agenzie di reclutamento, spiega il meccanismo: «Con tremila dollari in Romania si apre una società fittizia. Si ottiene l'autorizzazione per richiedere permessi di lavoro. Poi si rivendono i documenti ai lavoratori, rincarando il prezzo».
Manca un sistema di controlli efficace. Il Bangladesh rifornisce il mondo di manodopera perché ogni anno oltre due milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro, ma l'economia locale non può assorbirli. Chi emigra lo fa per necessità, non per scelta.
Italia: il decreto flussi che regolarizza chi è già qui
L'ultimo decreto flussi italiano prevede l'ingresso di 497.550 lavoratori tra il 2026 e il 2028. Sulla carta, uno strumento di programmazione. Nella pratica, un meccanismo che regolarizza situazioni già esistenti più che governare nuovi arrivi. Nel 2024 sono state presentate 329.001 domande per lavoratori bangladesi. Solo 1.262 hanno ottenuto il permesso di soggiorno: lo 0,38%. Per ogni cento richieste, meno di una si è tradotta in un contratto effettivo.
Il governo Meloni ha introdotto restrizioni per Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan e Marocco, parlando di «infiltrazioni criminali» e «uso fraudolento dei flussi regolari». Ha bloccato i nulla osta ottenuti nel 2023 e nel 2024 da chi proviene da quei Paesi e presentato un esposto in procura. Tuttavia, il problema non sta solo nei «falsi documentali», ma nella struttura stessa del sistema di accoglienza e lavoro.
In Toscana, nei centri di accoglienza straordinaria delle province di Grosseto e Siena, vivono circa duemila richiedenti asilo. Ogni notte, prima dell'alba, furgoni li caricano per portarli a raccogliere olive o uva nelle campagne del senese. Guadagnano tra i 7 e i 10 euro all'ora, lavorano 10-12 ore al giorno. Ma c'è un dettaglio decisivo: se un richiedente asilo ospitato in un centro guadagna più di 7mila euro lordi all'anno, perde il diritto all'alloggio, alla mensa e al «pocket money» di 2,50 euro al giorno. Per non perdere la stabilità del centro, molti accettano contratti «in grigio» o «in nero». Le ore effettive non vengono dichiarate all'INPS, e i controlli scarseggiano.
Caporalato mascherato e aziende senza terra
Sono spesso gli stessi migranti a fare da ingranaggio. Chi è arrivato prima ha costituito aziende individuali per fornire manodopera alle imprese agricole. I sindacalisti della FLAI-CGIL le chiamano «aziende senza terra»: hanno dipendenti, ma operano sui terreni altrui. Alla base c'è un contratto regolare di fornitura di manodopera — il che significa che, quando arriva un'ispezione, le aziende agricole committenti risultano formalmente in regola.
Federico Oliveri, ricercatore all'Università di Camerino, ha studiato il fenomeno nella vitivinicoltura senese e lo ha definito senza mezzi termini: «Le aziende contoterziste, dette aziende senza terra, sono di diversi tipi: alcune forniscono macchinari specializzati, altre procurano forza lavoro. Nel secondo caso il rischio di un caporalato mascherato è altissimo»: parole pronunciate in un'inchiesta di Altreconomia del dicembre 2017. Un sistema che lo studioso inquadra teoricamente come «esternalizzazione dello sfruttamento»: la responsabilità giuridica scivola sull'intermediario, l'azienda agricola si mette al riparo.
Il senese è uno dei distretti vitivinicoli più densi d'Italia: tra Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano e Chianti Classico, il settore agricolo ha registrato nel 2024 oltre 16.300 avviamenti al lavoro — con una crescita del 6,9% sull'anno precedente e del 23% rispetto al periodo pre-pandemia, secondo il Rapporto annuale sull'economia della provincia di Siena della Camera di Commercio di Arezzo-Siena. È proprio in questa struttura ad alta stagionalità — dove i contratti a termine dominano e la manodopera viene richiesta per campagne brevi e concentrate — che proliferano le «aziende senza terra». A Campobello di Mazara, nel cuore della Valle del Belice, si concentra la raccolta della Nocellara del Belice, una delle olive da tavola più pregiate d'Italia, in una Sicilia che contribuisce a circa metà della produzione nazionale di olive da mensa. Chi le raccoglie vive in magazzini fatiscenti o in ex oleifici trasformati in campi di accoglienza emergenziali. Come se gli ulivi secolari fossero spuntati all'improvviso.
La Legge 199/2016 ha riscritto il reato di intermediazione illecita, esteso la responsabilità penale ai datori di lavoro e potenziato la Rete del lavoro agricolo di qualità. A quasi dieci anni dall'entrata in vigore, però, CIA-Agricoltori Italiani giudica la normativa «sbilanciata sulla repressione», con strumenti di prevenzione e di «organizzazione alternativa al caporale sul territorio» ancora insufficienti. L'associazione chiede di trasformare la Rete del lavoro agricolo di qualità da semplice «bollino» reputazionale a cabina di regia territoriale; propone strumenti dedicati alla mobilità dei braccianti, la digitalizzazione dei rapporti di lavoro per distinguere «irregolarità formali» da fenomeni criminali, il superamento del «click day» e una riforma del decreto flussi che leghi gli ingressi alla reale stagionalità delle colture.
Andrea Biagianti, segretario della FLAI-CGIL di Siena, indica la strada: «Dobbiamo riflettere su una possibile piattaforma di filiera o un albo delle aziende che forniscono manodopera in agricoltura, uno strumento che permetta di affrontare i picchi e i flessi della produzione avendo un riferimento concreto per scegliere chi opera nella legalità».
Finché quell'albo non esiste, il caporale — mascherato o no — resta l'unico intermediario disponibile.