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Tonno rosso: arrivano i controlli antimafia, ma le quote restano ai soliti pochi
Foto di Kanenori da Pixabay

Tonno rosso: arrivano i controlli antimafia, ma le quote restano ai soliti pochi

L’Italia introduce per la prima volta controlli antimafia lungo la filiera del tonno rosso, ma il mercato resta saldamente nelle mani di una ristretta élite di armatori.

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Tonno rosso: arrivano i controlli antimafia, ma le quote restano ai soliti pochi
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Il governo italiano ha introdotto per la prima volta nella filiera della pesca del tonno rosso i controlli antimafia sui proprietari effettivi dei pescherecci. La misura arriva dopo mesi di pressioni pubbliche e parlamentari, eppure lascia irrisolto il nodo centrale: la concentrazione delle quote di pesca in mano a pochissimi operatori. Mentre la specie si riprende nel Mediterraneo grazie ai limiti imposti negli anni scorsi, il sistema di assegnazione delle licenze continua a premiare chi già controlla il mercato, blindando posizioni di rendita e lasciando fuori le piccole marinerie.

La novità normativa riguarda le verifiche sui titolari delle società che operano nella cattura del tonno rosso, un segmento ad altissimo valore aggiunto dove ogni esemplare può valere decine di migliaia di euro sul mercato giapponese. Per la prima volta, il decreto di ripartizione delle quote richiama esplicitamente il codice antimafia e prevede controlli tramite la banca dati nazionale (Bdna) su tutti i sistemi industriali di pesca al tonno rosso.

Fino a oggi, l’assenza di controlli strutturali ha permesso infiltrazioni e un consolidato sistema di relazioni tutt’altro che trasparenti, con imprese riconducibili ad ambienti mafiosi che gestivano flotte e quote. Tra queste c’è l’«Angelo Catania», peschereccio di Gela controllato dalla Azzurra Pesca, che ha continuato a ottenere la quota più consistente di tonno rosso anche dopo la condanna definitiva per associazione mafiosa del suo armatore, Emanuele Catania. La vicenda è stata ricostruita da IrpiMedia nell’inchiesta «Tonno rosso: l’Italia introduce i controlli antimafia, ma l’oligopolio resta intatto».

L'inserimento delle verifiche antimafia rappresenta un passo avanti sul piano della legalità formale, ma non incide sulla struttura del mercato. Le quote nazionali, distribuite in base a criteri storici, restano nelle mani di una manciata di armatori siciliani e sardi, che insieme controllano oltre l'80% del pescato italiano, secondo l’elaborazione di IrpiMedia su dati del Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf).

L'oligopolio delle quote e il blocco delle nuove entrate

Il sistema di assegnazione delle quote europee si basa sul principio della stabilità relativa: ogni Stato membro riceve una percentuale fissa del totale ammissibile di catture, calcolata in base alle performance storiche. L’Italia detiene poco meno di un quinto delle quote mediterranee (terza dopo Spagna e Francia), ma all'interno del Paese la distribuzione segue logiche che cristallizzano gli equilibri esistenti.

Chi pescava negli anni Novanta, prima del crollo delle popolazioni ittiche e dell'introduzione delle restrizioni, ha visto riconosciuti i propri diritti anche quando la risorsa è tornata abbondante. Il risultato è un mercato chiuso, dove l'ingresso di nuovi operatori è praticamente impossibile.

Per le piccole marinerie italiane, soprattutto quelle del Sud, il tonno rosso rappresenta un'opportunità economica irraggiungibile. Le barche artigianali, che potrebbero praticare una pesca più selettiva e meno impattante, restano escluse da un sistema che premia le grandi tonnare industriali e le flotte dotate di reti a circuizione, cui vanno circa i due terzi del contingente italiano di tonno rosso. Una concentrazione confermata anche dall’ultima ripartizione delle quote, in cui 20 imbarcazioni a circuizione si dividono oltre 4.200 tonnellate su 6.182 complessive, secondo l'indagine di IrpiMedia. La concentrazione delle quote in poche mani genera anche distorsioni nei prezzi: gli operatori dominanti possono negoziare direttamente con i compratori giapponesi, tagliando fuori i piccoli produttori e determinando le condizioni di vendita senza concorrenza reale.

La ripresa del tonno rosso e le contraddizioni del modello italiano

Dal punto di vista biologico, il tonno rosso del Mediterraneo vive una fase di ripresa spettacolare. Le misure di conservazione adottate dalla Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi dell'Atlantico hanno funzionato: lo stock è tornato a livelli di sostenibilità, e le quote complessive sono aumentate negli ultimi anni. Tuttavia, l'Italia fatica a trasformare tale successo ecologico in un'opportunità per modernizzare la filiera. Mentre altri Paesi mediterranei hanno rivisto i criteri di assegnazione per favorire una maggiore pluralità di operatori, il modello italiano mantiene intatta la logica della rendita storica.

L'introduzione dei controlli antimafia risponde a una necessità reale, ma rischia di diventare un alibi per non affrontare la riforma del sistema. Le verifiche sui titolari delle licenze possono bloccare alcuni casi evidenti di infiltrazione, ma non toccano la struttura oligopolistica che rende la filiera vulnerabile. Un mercato concentrato è per definizione più esposto a pratiche poco trasparenti, perché i controlli si diluiscono su pochi soggetti potenti, capaci di influenzare le autorità locali e di resistere alle pressioni normative. La vera trasparenza richiederebbe una redistribuzione delle quote, magari attraverso meccanismi di rotazione o aste pubbliche, ma tale ipotesi resta fuori dall'agenda politica.

Il peso della filiera italiana nel contesto europeo

Nel quadro europeo, l'Italia si colloca tra i principali Paesi pescatori di tonno rosso, insieme a Spagna e Francia. Tuttavia, mentre Madrid ha avviato discussioni per rivedere i criteri di accesso alle quote e Parigi ha introdotto meccanismi di sostegno per le piccole flotte, Roma continua a difendere lo status quo. Le lobby degli armatori siciliani hanno storicamente esercitato un'influenza determinante sulle scelte del ministero dell'Agricoltura e della pesca, bloccando ogni tentativo di riforma. Il risultato è un paradosso: l'Italia celebra la ripresa della specie, ma impedisce che tale ripresa si traduca in una maggiore equità distributiva.

Per le imprese italiane escluse dal sistema, le opzioni sono limitate. Alcune hanno tentato di ottenere quote attraverso accordi con operatori esteri, altre hanno spostato le attività in Tunisia o in Malta, dove le regole di accesso sono meno rigide. La fuga di competenze e capitali verso altri mercati rappresenta una perdita secca per l'economia italiana, soprattutto nelle regioni costiere dove la pesca tradizionale è un pilastro occupazionale. La mancanza di ricambio generazionale nelle marinerie testimonia un sistema che non offre prospettive ai giovani, preferendo difendere le posizioni dei pochi che già controllano il mercato.

Le domande de L'Analista

I nuovi controlli antimafia basteranno a rendere più trasparente una filiera dominata da pochi armatori, o senza una riforma delle quote resteranno un intervento cosmetico?
L’Italia userà la ripresa del tonno rosso per ridare spazio alla pesca artigianale e aprire il mercato, oppure continuerà a proteggere un sistema fondato sulla rendita storica e sulla concentrazione del potere economico?
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