Il Nepal accoglie oggi circa 1,158 milioni di turisti internazionali all'anno, un flusso tornato quasi ai livelli pre-pandemici — il 97% del picco del 2019 — secondo i dati del Nepal Tourism Board. Su questa base il Paese himalayano punta a un cambio di passo: lasciarsi alle spalle l'immagine da meta «zaino in spalla» per affermarsi come destinazione di lusso in Asia meridionale, attirando visitatori disposti a spendere di più e a fermarsi più a lungo.

L'ingresso di Marriott e la mappa dei grandi marchi

Il segnale più forte arriva da Marriott International, che insieme alla nepalese Cg Hospitality Global svilupperà il Ritz-Carlton Kathmandu e il Westin Kathmandu, entrambi attesi nel 2031. Prima ancora, a ottobre 2026, aprirà il Luxury Collection Kathmandu, primo hotel di questo marchio in tutta l'Asia meridionale, come riporta Travel Quotidiano. Marriott gestisce già nel Paese Kathmandu Marriott, Aloft Kathmandu e Fairfield by Marriott, e con questi nuovi progetti amplia un portafoglio già tra i più ampi del comparto internazionale in Nepal.

Accanto al colosso statunitense, il panorama alberghiero nepalese vede da tempo la presenza di Hyatt, Hilton, Sheraton e Best Western. IHG è il gruppo più attivo negli sviluppi recenti, con l'InterContinental Kathmandu Lazimpat, l'Hotel Indigo di Pokhara, gli InterContinental Resort di Begnas Lake e Chitwan e il Crowne Plaza di Lumbini, secondo una rassegna di Nepal Tourism. Il francese Louvre Hotel Group è presente a Chitwan con il Royal Tulip, mentre il thailandese Centara ha aperto a Pokhara l'Himalayan Hideaway. Accor, dal canto suo, ha firmato nel 2022 il suo primo hotel nel Paese, un Mercure da 105 camere a Kathmandu, la cui apertura è prevista nel 2026, come indicato dal comunicato ufficiale del gruppo. Pokhara, in particolare, si sta affermando come epicentro di questa espansione, favorita dall'apertura del nuovo aeroporto internazionale della città.

La ricostruzione dopo il terremoto e le infrastrutture in cantiere

La svolta verso il turismo di alto valore affonda le radici nel terremoto del 2015, dopo il quale il governo nepalese ha scelto una strategia di Build Back Better, orientata non solo al restauro ma a un riposizionamento complessivo del comparto turistico. Su questo fronte si muovono anche gli investimenti infrastrutturali: l'aeroporto internazionale Tribhuvan è interessato da lavori di potenziamento — una nuova via di rullaggio parallela, ulteriori piazzali di sosta e hangar — con l'obiettivo dichiarato di raggiungere una capacità di 10 milioni di passeggeri all'anno, secondo quanto riportato da Spotlight Nepal.

Tra i progetti strategici c'è l'ampliamento a quattro corsie della tratta Pokhara-Mugling, finanziato dalla Banca Asiatica di Sviluppo per potenziare il collegamento tra la capitale e Pokhara. L'intervento rientra in un piano più ampio di supporto alla connettività e al turismo nel Paese, sostenuto da una strategia di partenariato 2025-2029 che mette sul piatto oltre 1,9 miliardi di dollari.

Il nodo della sostenibilità ambientale

Alla crescita del turismo di lusso si affianca un tema che attraversa da anni il dibattito nepalese: la pressione sull'ambiente montano. L'Everest Base Camp accoglie ormai attorno ai 60mila visitatori l'anno, un flusso che genera un carico crescente di rifiuti: le stime più recenti parlano di 50-60 tonnellate raccolte annualmente al campo base dal Sagarmatha Pollution Control Committee, cifra che sale fino a 200 tonnellate se si considera l'intera valle del Khumbu, secondo Lonely Planet Italia.

Da undici anni agli scalatori che superano il campo base viene richiesta una cauzione di 4mila dollari, restituita solo a chi riporta a valle almeno 8 chili di rifiuti; un meccanismo che si è rivelato parzialmente inefficace, tanto che il ministero del Turismo nepalese sta valutando di trasformarlo in una quota fissa e non rimborsabile, destinata a finanziare un punto di controllo a 6.750 metri e guardie alpine dedicate alla sorveglianza delle zone più prossime alla vetta, come racconta Il Dolomiti.

Sul fronte della sostenibilità, i primi segnali di cambiamento non mancano: il Barahi Jungle Lodge è stato la prima struttura del Paese a ottenere la certificazione ecologica del Consiglio Mondiale dei Viaggi e del Turismo. A Kathmandu, il Consiglio Globale per il Turismo Sostenibile e la piattaforma Agoda avevano già avviato percorsi di formazione per circa sessanta operatori locali insieme all'agenzia americana USAID, prima che l'amministrazione Trump ne disponesse lo smantellamento nel 2025.