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La trappola del welfare con buoni pasto e rimborsi al posto degli stipendi

Come l'inflazione ha trasformato il welfare aziendale italiano in un sostituto dello stipendio tra rimborsi energetici e buoni pasto esentasse.

La trappola del welfare con buoni pasto e rimborsi al posto degli stipendi
Photo by MAK / Unsplash
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Il welfare aziendale italiano si sta consolidando attorno a strumenti dalla forte spendibilità immediata: buoni pasto, rimborsi per carburante, contributi per le bollette energetiche. Lo rileva un'indagine della Fondazione Studi Consulenti del lavoro condotta con Pluxee, che registra una netta preferenza dei lavoratori per benefit direttamente convertibili in potere d'acquisto. La tendenza riflette una condizione strutturale: con l'inflazione che ha eroso i salari reali dell'8,2% tra 2021 e 2023 secondo l'ISTAT, e con stipendi fermi da oltre un decennio in termini nominali, il welfare aziendale non integra più il reddito da lavoro — lo sostituisce parzialmente.

La dinamica pone l'Italia in una posizione peculiare nel panorama europeo. Mentre in Germania e Francia il welfare aziendale si concentra su previdenza complementare, formazione continua e servizi per la conciliazione vita-lavoro, in Italia prevale una logica assistenziale a breve termine. Il risultato è un sistema che offre sollievo immediato ma non costruisce capacità di lungo periodo. Le imprese italiane, mediamente più piccole e con margini compressi dalla competizione internazionale, trovano nel welfare fiscalmente agevolato uno strumento per integrare retribuzioni che faticano a crescere. Dal 2016, anno dell'introduzione delle agevolazioni fiscali sui piani di welfare, la diffusione è passata dal 3% al 28% delle aziende con almeno 10 dipendenti, secondo Welfare Index PMI.

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Il trade-off tra liquidità immediata e investimento futuro

La scelta verso benefit monetizzabili evidenzia una priorità: coprire spese correnti che i salari non riescono più a sostenere. I buoni pasto, esentasse fino a 8 euro se elettronici, diventano un supplemento mensile che può valere 160-200 euro netti. I rimborsi per carburante e bollette, introdotti o ampliati durante la crisi energetica del 2022-2023, sono stati mantenuti da molte aziende come misura permanente. L'orientamento pratico dei lavoratori è comprensibile: quando il bilancio familiare è sotto pressione, la pensione integrativa o il corso di aggiornamento professionale passano in secondo piano.

Tuttavia, questa configurazione del welfare aziendale solleva interrogativi sulla competitività di lungo termine del sistema produttivo italiano. Investire in formazione continua, sanità integrativa di qualità o servizi di cura significa aumentare la produttività, ridurre l'assenteismo, attrarre talenti. Concentrarsi su trasferimenti quasi-monetari offre un tampone al disagio immediato ma non costruisce quelle capabilities che consentono alle imprese di posizionarsi su segmenti a maggior valore aggiunto. In un paese dove la spesa privata in formazione aziendale è tra le più basse d'Europa — 1,3% del costo del lavoro contro il 2,1% della media UE secondo Eurostat — il welfare rischia di consolidare una trappola di bassa qualificazione e bassi salari.

Le imprese esportatrici e il dilemma della competitività

Per le aziende del made in Italy orientate all'export, la questione assume una dimensione particolare. Competere sui mercati globali con prodotti a elevato contenuto di innovazione e qualità richiede forza lavoro qualificata, motivata, in grado di adattarsi rapidamente. Se il welfare aziendale si limita a compensare salari inadeguati attraverso benefit di consumo, le imprese rischiano di trovarsi intrappolate in un equilibrio subottimale: dipendenti soddisfatti nel breve per la spesa coperta, ma senza accumulo di competenze che giustifichino aumenti retributivi strutturali o posizionamento competitivo più ambizioso.

Alcune realtà stanno sperimentando modelli alternativi. Aziende del settore meccanico emiliano e veneto hanno introdotto piani welfare misti: una quota destinata a benefit immediati, una percentuale vincolata a previdenza integrativa o formazione certificata. Nel settore del design e della moda, dove la competizione internazionale si gioca sulla creatività e sull'innovazione, crescono i programmi di welfare culturale: abbonamenti a musei, mostre, festival, intesi come investimento sulla sensibilità estetica dei dipendenti. Sono esperimenti ancora marginali, ma indicano la possibilità di un welfare che non si limiti alla compensazione del reddito perduto.

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Il ruolo della contrattazione e la prospettiva europea

La configurazione attuale del welfare aziendale italiano deriva anche da una debolezza strutturale della contrattazione collettiva. Con il 70% dei contratti nazionali scaduti o in attesa di rinnovo negli ultimi anni, e con aumenti contrattuali mediamente inferiori all'inflazione, le parti sociali hanno spesso ripiegato sul welfare come surrogato degli aumenti salariali. La logica è evidente: un euro di welfare costa meno di un euro di salario lordo grazie alle agevolazioni fiscali, e offre un vantaggio immediato al lavoratore. Ma questa sostituzione ha un costo nascosto: indebolisce la base contributiva per pensioni e ammortizzatori sociali, trasferendo rischi sul futuro.

A livello europeo, il dibattito si sta spostando verso forme di welfare aziendale che rafforzino la resilienza dei lavoratori di fronte alle transizioni: digitale, ecologica, demografica. La Commissione Europea, nel piano per il Pilastro Sociale aggiornato al 2024, indica nella formazione continua finanziata dalle imprese uno degli strumenti chiave per la competitività. L'Italia rischia di trovarsi sfasata: un welfare che risponde alle urgenze del presente ma non prepara al futuro. Le imprese italiane, spesso familiari e di dimensione media, hanno margini ridotti per investimenti ambiziosi. Ma proprio per la vulnerabilità competitiva, non possono permettersi di rinunciare a costruire capitale umano.

Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Scrive di economia, geopolitica, mercati e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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