Il 31 maggio la Colombia ha scritto una pagina inedita della propria storia politica. Un avvocato penalista senza un solo mandato elettivo alle spalle ha battuto al primo turno il candidato sostenuto dal governo uscente con quasi 673.000 voti di scarto. Abelardo de la Espriella, 47 anni, soprannominato «El Tigre», ha ottenuto il 43,75% — 10,36 milioni di voti contro il 40,90% di Iván Cepeda Castro, senatore ed esponente di spostamento della sinistra colombiana, attualmente candidato alla presidenza per la coalizione progressista al governo.
Chi è «El Tigre», l'avvocato dei casi impossibili
Abelardo Gabriel de la Espriella Otero è nato a Bogotá il 31 luglio 1978, cresciuto a Montería, nel dipartimento di Córdoba, nel nord della Colombia. Si è laureato in giurisprudenza all'Universidad Sergio Arboleda e ha completato un master in diritto all'Universidad Nebrija di Madrid nel 2012. Nel 2002 ha fondato lo studio legale De La Espriella Lawyers, con sedi in Colombia e negli Stati Uniti.
De la Espriella ha costruito la propria reputazione difendendo clienti scomodi. Ha rappresentato le forze paramilitari delle AUC durante i negoziati di pace con il governo Uribe tra il 2002 e il 2005, sostenendo la via della smobilitazione. Ha difeso figure estremamente controverse come l'imprenditore Álex Saab (presunto prestanome di Nicolás Maduro accusato di riciclaggio) e ha rappresentato David Murcia nel caso DMG, uno dei più grandi schemi Ponzi della storia colombiana. È questa biografia — avvocato di narcotrafficanti, faccendieri e paramilitari, poi candidato alla «guerra totale» contro gli stessi — la contraddizione che i suoi avversari gli contestano con più forza.
L'outsider politico
Non ha mai ricoperto alcuna carica pubblica. Ha annunciato la candidatura presidenziale nel luglio 2025, dopo aver vissuto a lungo a Miami, negli Stati Uniti. Il movimento «Defensores de la Patria» ha raccolto oltre tre milioni di firme in pochi mesi, costruendo una base di consenso che nessun partito tradicional era riuscito ad aggregare. Ammiratore dichiarato di Trump, Bukele e Milei, propone un governo di «pugno di ferro»: esercito contro i narcos, distruzione dei raccolti di coca, costruzione di dieci nuove mega-prigioni, riduzione dei ministeri da diciannove a dieci. Sul piano internazionale vuole rompere con le posizioni di Petro: ripristinare le relazioni diplomatiche con Israele, avvicinarsi agli Stati Uniti, ritirare la Colombia dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani e dall'ONU.

Il personaggio mediatico
«El Tigre» è prima di tutto un comunicatore. La sua campagna è stata condotta con la stessa logica delle candidature populiste di nuova generazione: presenza ossessiva sui social, linguaggio diretto e conflittuale, immagini forti. Il cappellino in stile MAGA, la maglia gialla della nazionale, l'ingresso in barca a Barranquilla dopo i risultati del primo turno: ogni gesto è costruito per amplificare il messaggio di rottura con il ceto politico. CNN lo descrive come un candidato che ha saputo «capitalizzare il malcontento con un discorso sull'autorità e un'immagine da outsider polemico». El País lo definisce più drasticamente «el abogado del diablo que quiere ser presidente». Entrambe le definizioni, a modo loro, sono esatte.
Il petrismo si è consumato al governo
I sondaggi della vigilia davano Cepeda favorito. Il risultato reale dice altro. Per capire cosa è successo, bisogna smettere di guardare al vincitore e iniziare a guardare al contesto che lo ha prodotto. Petro è arrivato alla presidenza nel 2022 con il 50,44% al ballottaggio — primo presidente di sinistra nella storia colombiana. Quattro anni dopo, il suo erede politico ha perso il primo turno contro un outsider che fino a diciotto mesi fa era pressoché sconosciuto al grande pubblico. Il Pacto Histórico, che a marzo 2026 aveva ottenuto il 22,87% dei voti per il Senato risultando prima força parlamentare, ha raccolto il 40,90% al presidenziale — un risultato che misura la distanza abissale tra un voto di coalizione al Congresso e il giudizio personale su quattro anni di governo.
La riforma sanitaria rimasta incompiuta, la pace territoriale mancata con le guerriglie dissidenti, la violenza che non si è ridotta: sono questi i mattoni su cui de la Espriella ha costruito la propria campagna. Non ha dovuto inventare le accuse — ha semplicemente amplificato le delusioni già presenti nei quartieri popolari di Bogotá, nelle periferie di Cali e di Medellín.
Un populismo costruito a regola d'arte
De la Espriella non è un candidato improvvisato. È un comunicatore lucido che ha applicato con coerenza il manuale del populismo latinoamericano di nuova generazione. La sua formula stilistica unisce simboli di forte impatto patriottico a precise coreografie multimediali; ogni dettaglio dei suoi comizi è studiato per trasmettere una netta separazione dai vecchi partiti e favorire un'immediata identificazione popolare.
Il movimento «Defensores de la Patria» ha strutturato un solido bacino di militanza spontanea che nessuna coalizione tradizionale era riuscita a organizzare prima delle elezioni. Sui social ha raggiunto direttamente il proprio elettorato, bypassando i media mainstream e i filtri istituzionali, replicando un modello già collaudato da Bukele in El Salvador e da Milei in Argentina.
In un paese dove il tasso di omicidi rimane tra i più alti del continente americano e la percezione di insicurezza è la prima preoccupazione dei cittadini, la sua ricetta — ordine, sicurezza, discontinuità totale — ha attecchito. Non è un caso che de la Espriella abbia dichiarato pubblicamente la propria ammirazione per Bukele, aggiungendo però: «Uribe è stato un titano».

Il programma: allineamento atlantico e tagli profondi
Al netto della retorica, il programma di de la Espriella ha una struttura precisa. Sul piano della politica estera, punta a un riavvicinamento netto agli Stati Uniti e a Israele, ribaltando il posizionamento internazionale del presidente uscente Gustavo Petro. Sul piano interno, ha annunciato la riduzione dei ministeri da diciannove a dieci e tagli massicci al pubblico impiego. Ha proposto inoltre un accordo per la «condivisione» di una parte della frontiera amazzonica colombiana con Washington — una proposta che ha generato accese polemiche anche all'interno dello stesso elettorato di destra, per le implicazioni che comporta in termini di sovranità territoriale.
Cepeda ha contestato i risultati del primo turno
Sul piano puramente dei numeri, il ballottaggio del 21 giugno sembra già orientato. Paloma Valencia, terza con il 6,92%, ha già comunicato il proprio sostegno a de la Espriella. Sergio Fajardo, candidato di centro con il 4,26%, rappresenta l'ago della bilancia: se anche solo metà del suo elettorato confluisse sul candidato di destra, la soglia del 50% sarebbe ampiamente superata.
Ma la politica non è mai solo una questione di numeri. Cepeda ha contestato i risultati del primo turno, denunciando irregolarità nel conteggio e spostamenti di seggio last minute che avrebbero penalizzato la propria base. Gustavo Petro ha inizialmente rifiutato di riconoscere il preconteggio, in un gesto di rottura istituzionale che de la Espriella ha prontamente sfruttato per consolidare la propria narrativa di difensore della legalità democratica. L'affluenza si è fermata al 53,28% su 41,4 milioni di aventi diritto — dato che storicamente penalizza la sinistra colombiana, più dipendente dalla partecipazione nelle aree urbane. Gli astenuti, circa 19,3 milioni, restano il primo «partito» del paese secondo i dati ufficiali analizzati da El Tiempo.
Cosa significa davvero la vittoria di Abelardo de la Espriella
La vittoria di de la Espriella al primo turno non è un fulmine a ciel sereno. È la fotografia di un paese stanco: stanco della violenza nelle streets, delle riforme annunciate e non realizzate, di una classe politica percepita come autoreferenziale. Il petrismo ha alzato aspettative enormi. Non tutte le responsabilità del malcontento sono sue — ha governato in un contesto di opposizione parlamentare ostile e in mezzo a pressioni economiche strutturali — ma le urne non fanno mai sconti.
De la Espriella ha intercettato quella stanchezza e l'ha trasformata in consenso. Il 21 giugno dirà se quel consenso basta a governare un paese complesso come la Colombia, o se — come spesso accade con i candidati della rottura totale — le promesse della campagna elettorale finiranno per scontrarsi con la dura realtà dell'azione di governo. Per ora, «El Tigre» ha vinto la battaglia. La sfida — politica, sociale, istituzionale — è appena cominciata.