Mentre l'industria europea taglia i consumi energetici da oltre trent'anni, c'è un settore che va controcorrente: quello alimentare. Nel 2024 l'Unione europea ha consumato 8.835 petajoule di energia industriale, l'8,1% in meno rispetto al 2014, proseguendo un calo costante iniziato nel 1990. Ma il comparto cibo, bevande e tabacco ha aumentato la propria domanda energetica del 4,7% nello stesso decennio, un'anomalia che per l'Italia — terzo produttore manifatturiero europeo e patria dell'agroalimentare di qualità — apre interrogativi precisi sull'equilibrio tra transizione energetica e competitività.

Perché l'industria europea consuma meno? La risposta è meno lineare di quanto sembri: si intrecciano delocalizzazioni produttive verso aree extraeuropee, processi di efficientamento tecnologico e una ricomposizione settoriale che ha visto arretrare industrie energivore come la siderurgia. Elettricità e gas naturale restano le due fonti dominanti, ma la vera notizia è un'altra: per la prima volta le rinnovabili e i biocombustibili hanno superato il petrolio nel mix energetico industriale. Un sorpasso simbolico, prima ancora che quantitativo, che segna l'accelerazione della decarbonizzazione — pur lasciando aperte tensioni irrisolte sulla sicurezza degli approvvigionamenti.

Il carbone, dal canto suo, sta uscendo di scena. I combustibili fossili solidi hanno subito il crollo più marcato tra tutte le fonti energetiche industriali, segno che anche le economie dell'Est europeo più legate al carbone stanno cambiando rotta. In controtendenza, invece, cresce l'uso dei rifiuti non rinnovabili per produrre energia: un'espansione che racconta la diffusione dei termovalorizzatori e delle tecnologie waste-to-energy, un ambito nel quale l'Italia vanta impianti all'avanguardia ma anche resistenze territoriali che ne rallentano lo sviluppo.

L'anomalia dell'industria alimentare

Se il comparto alimentare, bevande e tabacco ha consumato 1.134 petajoule nel 2024, pari al 12,8% del totale industriale europeo, con una crescita del 4,7% dal 2014. Il gas naturale domina i consumi settoriali, seguito dall'elettricità: una dipendenza che ha esposto il comparto alle scosse dei mercati energetici, come dimostrato dalle crisi del 2022 e 2023, quando i rincari hanno eroso i margini di molte imprese della trasformazione alimentare.

Per l'Italia, dove l'agroalimentare vale oltre 60 miliardi di euro di export annuo e costituisce un pilastro identitario del Made in Italy, questa crescita dei consumi energetici racconta una sfida a doppio taglio. Da un lato, riflette l'espansione produttiva delle filiere ad alto valore aggiunto — lattiero-caseario, conserviero, enologico. Dall'altro, l'intensità energetica elevata rischia di erodere competitività proprio mentre la transizione verde impone costi crescenti alle emissioni e premia i processi a bassa impronta carbonica.

Il dato più interessante, però, riguarda la direzione del cambiamento: l'uso di rinnovabili e biocombustibili nel comparto alimentare è cresciuto del 68,4% in dieci anni, l'incremento più alto tra tutte le fonti energetiche del settore. Impianti fotovoltaici, caldaie a biomassa alimentate da scarti agricoli, cogeneratori a biogas: la trasformazione è già in corso, anche se convive con una crescita altrettanto reale di elettricità e gas naturale, indispensabili per refrigerazione, pastorizzazione e cottura industriale.

Implicazioni per il sistema industriale italiano

L'Italia si muove lungo entrambe le direttrici europee, quasi fosse un laboratorio a cielo aperto. Da una parte, chimica, meccanica e tessile riducono i consumi grazie a investimenti in efficienza energetica, spesso sostenuti da incentivi pubblici e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dall'altra, l'agroalimentare continua a crescere in output e, di conseguenza, in fabbisogno energetico — una dualità che chiede strategie differenziate: elettrificazione accelerata per l'industria tradizionale, supporto mirato alla conversione green per l'alimentare, senza sacrificarne la capacità produttiva.

Resta un nodo che nessuna narrazione ottimistica può nascondere: la dipendenza dal gas naturale, ancora più marcata nel comparto alimentare, lascia l'Unione europea vulnerabile a shock esterni. L'Italia, che importa oltre il 90% del gas consumato, ha intensificato la diversificazione verso fornitori nordafricani e potenziato le capacità di rigassificazione. Ma la strada verso elettrificazione spinta e idrogeno verde richiederà investimenti infrastrutturali massicci — e tempi tutt'altro che brevi.

Il sorpasso delle rinnovabili sul petrolio nei consumi industriali segna comunque una svolta psicologica prima ancora che energetica, anche se la strada resta lunga. L'industria alimentare, con la sua corsa verso biomasse e biogas, potrebbe diventare il vero laboratorio dell'economia circolare, dove gli scarti di lavorazione si trasformano in vettori energetici. Cooperative e consorzi agroalimentari italiani stanno già sperimentando impianti che valorizzano sanse, vinacce e scarti ortofrutticoli, chiudendo il cerchio tra campo e fabbrica.

Le domande de L'Analista

L'aumento dei consumi energetici nell'industria alimentare europea è compatibile con gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030, oppure richiederà interventi normativi o incentivi specifici per accelerare la transizione verde in un settore strategico ma frammentato?

La dipendenza dal gas naturale, particolarmente accentuata nel comparto alimentare, rappresenta un rischio strutturale per la competitività dell'industria italiana ed europea, o esistono margini per sostituzioni tecnologiche che possano conciliare sicurezza energetica e sostenibilità ambientale nei prossimi anni?