Due navi della Marina degli Stati Uniti hanno attraversato lo stretto di Hormuz mentre a Islamabad proseguivano i colloqui indiretti tra Washington e Teheran. Il passaggio delle unità militari americane attraverso il corridoio più strategico per il trasporto globale di idrocarburi avviene in un momento di tensione diplomatica mai del tutto sopita, nonostante i tentativi di mediazione pakistana. L'amministrazione Trump ha ribadito la propria contrarietà a qualsiasi forma di pedaggio imposto dall'Iran sul traffico mercantile che transita nelle acque dello stretto, una questione che tocca direttamente gli interessi energetici europei e asiatici.
Ogni giorno attraverso Hormuz passa circa il 21% del petrolio consumato nel mondo e quasi un terzo del gas naturale liquefatto trasportato via mare. La dipendenza dall'arteria persiana non è uniforme: mentre gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente le importazioni dal Golfo grazie allo shale oil, Europa e Asia restano legate a doppio filo alle forniture che transitano tra le coste iraniane e omanite. La Cina importa oltre il 40% del proprio greggio attraverso lo stretto, il Giappone supera l'80%, l'India si attesta intorno al 60%. Anche l'Italia, che ha diversificato le proprie fonti dopo le crisi degli anni Settanta, dipende ancora per circa il 15% delle importazioni petrolifere dai Paesi del Golfo, con flussi che necessariamente attraversano Hormuz.
Il nodo delle sanzioni e la leva energetica iraniana
Teheran ha più volte minacciato di chiudere lo stretto in risposta alle sanzioni americane, trasformando la geografia in arma geopolitica. La minaccia non è mai stata attuata nella sua forma estrema, ma episodi di sequestro di petroliere, attacchi con mine e droni contro imbarcazioni commerciali hanno dimostrato la capacità iraniana di destabilizzare il traffico marittimo senza arrivare a una chiusura totale. La strategia di Teheran appare calibrata: mantenere alta la tensione per ottenere margini negoziali senza provocare una reazione militare occidentale su larga scala.
Le sanzioni imposte da Washington colpiscono duramente le esportazioni petrolifere iraniane, scese da oltre 2,5 milioni di barili al giorno nel 2017 a meno di 500.000 barili nel 2020, per poi risalire gradualmente grazie a vendite sottobanco verso Cina e altri acquirenti asiatici. La pressione economica ha spinto l'Iran a sviluppare metodi sempre più sofisticati per aggirare i controlli internazionali: trasbordi notturni in mare aperto, spegnimento dei transponder AIS, utilizzo di società fantasma per mascherare l'origine del greggio. Questo mercato parallelo rende difficile quantificare con precisione i volumi effettivamente esportati, ma le stime oscillano tra 800.000 e 1,2 milioni di barili al giorno.
Islamabad come mediatore improbabile
La scelta del Pakistan come sede dei colloqui indiretti rivela la complessità degli equilibri regionali. Islamabad mantiene rapporti storici con Teheran, condivide con l'Iran un lungo confine e ha interessi economici nel gasdotto IP (Iran-Pakistan), progetto mai completato proprio per le sanzioni americane. Al contempo, il Pakistan dipende dal sostegno finanziario saudita e dagli aiuti militari statunitensi, posizionandosi in un perenne esercizio di equilibrismo diplomatico.
I colloqui non riguardano solo Hormuz. Sul tavolo ci sono il programma nucleare iraniano, il sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali, la questione degli ostaggi americani e iraniani, la possibile revoca parziale delle sanzioni. Il transito nello stretto rappresenta però un elemento centrale perché collega direttamente la sicurezza energetica globale alle dinamiche del Medio Oriente. Un'eventuale chiusura prolungata di Hormuz farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i 150 dollari al barile secondo le simulazioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, con conseguenze inflazionistiche immediate per tutte le economie avanzate.
Le alternative logistiche e i loro limiti
Esistono rotte alternative, ma nessuna offre la stessa capacità di Hormuz. L'oleodotto saudita East-West può trasportare fino a 5 milioni di barili al giorno dal Golfo al Mar Rosso, ma copre solo una frazione dei 21 milioni che attraversano lo stretto. Gli Emirati hanno costruito l'oleodotto Abu Dhabi-Fujairah, che bypassa Hormuz con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno. Anche il Qatar ha realizzato condotte per esportare GNL evitando lo stretto. Tuttavia, sommate insieme, queste infrastrutture non compenserebbero una chiusura totale.
La presenza navale americana nel Golfo mira proprio a garantire la libertà di navigazione, principio ribadito anche con il recente passaggio delle due unità militari. Washington mantiene nella regione la Quinta Flotta, con base in Bahrain, e coordina le operazioni con le marine alleate attraverso la Combined Maritime Forces. L'Iran risponde con esercitazioni navali regolari dei Pasdaran, che controllano decine di imbarcazioni veloci armate di missili e siluri, capaci di operazioni di guerriglia marittima difficili da contrastare in acque ristrette.
Le domande de l'Analista
Quali margini di manovra restano all'Unione Europea per tutelare i propri approvvigionamenti energetici di fronte a una crisi che sfugge al controllo delle istituzioni continentali?
E quale ruolo potrebbero avere le economie emergenti asiatiche, principali beneficiarie della stabilità di Hormuz, nel costruire una soluzione diplomatica che vada oltre la logica dello scontro binario tra Washington e Teheran?