Il fallimento dei colloqui di Islamabad e il transito della Quinta Flotta riaccendono i riflettori sullo Stretto di Hormuz. Con il 21% del petrolio mondiale e il GNL per l'Italia a rischio, il braccio di ferro tra Washington e Teheran minaccia uno shock energetico da 150 dollari al barile.
A Islamabad si gioca la partita per lo Stretto di Hormuz. Tra deterrenza asimmetrica e prezzi del gas, il faccia a faccia USA-Iran mette a nudo la fragilità dei corridoi energetici mondiali. Dagli scaffali asiatici ai rigassificatori italiani, ecco perché questo negoziato ci riguarda tutti.
Il deposito di Fensfeltet (15,9 mln t di terre rare) è il più vasto d'Europa, ma resta un tesoro bloccato. I prezzi stracciati della Cina e l'assenza di raffinerie UE frenano il progetto. Senza un'intesa Oslo-Bruxelles, l'autonomia tecnologica resta nel sottosuolo.
Il conflitto in Iran spinge la sicurezza energetica nelle case britanniche: con il greggio a 110$ e bollette al +18%, la transizione green diventa una necessità economica. Ma l'autonomia energetica rischia di diventare un lusso per pochi, creando un sistema a due velocità.
Venti milioni di barili di petrolio e oltre cento miliardi di metri cubi di gas in un anno: tanto vale tenere aperto lo Stretto di Hormuz. Il blocco del 2026 supera per impatto sistemico le crisi del 1973, 1979 e 2022 messi insieme.