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Volete il risotto stellato? Trovate un letto per chi lo cucina

Nelle zone turistiche o al centro di Milano, le case costano così tanto che un cameriere o un cuoco non possono più permettersi l'affitto. Risultato? I titolari di bar e ristoranti restano senza personale perché nessuno può permettersi di vivere vicino al posto di lavoro.

Uno scorcio suggestivo del quartiere Brera a Milano, con le sue caratteristiche strade acciottolate.
Photo by Simone Daino / Unsplash
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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Nelle zone ad alta densità turistica e nelle grandi città come Milano, Roma, Firenze si è creato uno squilibrio tra quanto rende un appartamento e quanto guadagna chi ci lavora. Il calcolo è semplice: se un proprietario mette il suo alloggio su una piattaforma di affitti brevi, può incassare in una sola settimana una cifra che pareggia o supera lo stipendio mensile di un cameriere o di un cuoco. In un mercato che cerca il massimo profitto nel minor tempo possibile, la scelta cade quasi sempre sul turista.

Risultato diretto di un mercato che ha smesso di bilanciare domanda e offerta residenziale: i prezzi degli affitti salgono a livelli tali da rendere gli immobili inaccessibili per le famiglie residenti, per i lavoratori stagionali e per i dipendenti a tempo indeterminato del settore. Il mercato espelle il lavoratore per una ragione strutturale: la competizione economica con il turista diventa insostenibile. Quando il costo dell'abitare supera il salario, la sola via percorribile è l'abbandono del territorio.

Per scongiurare il collasso delle attività, gli imprenditori — albergatori, ristoratori, titolari di bar e locali — hanno dovuto cambiare strategia. Venuta meno l'autonomia dei dipendenti nel reperire un alloggio a prezzi accessibili, hanno adottato un modello che richiama le logiche delle aziende di inizio Novecento: l'affitto diretto degli immobili per lo staff. Interi appartamenti vengono presi in locazione, spesso organizzando coabitazioni forzate per ottimizzare gli spazi. Il costo dell'alloggio viene scontato dalla retribuzione o incluso nel pacchetto retributivo come benefit aziendale.

Un fenomeno che ormai travalica i confini del turismo stagionale. Anche nei centri urbani più dinamici, la pressione dei canoni sta cancellando il tessuto sociale dei quartieri. A Milano, nei quartieri simbolo della movida come Isola, Portanuova o Brera, i prezzi degli immobili sono diventati inaccessibili per le famiglie, ma anche per i singoli dipendenti del comparto food & beverage, dell'ospitalità e dei servizi. La proprietà immobiliare sta cambiando pelle: gli appartamenti vengono presi in affitto direttamente dai titolari dei locali, dei ristoranti e dei bar del quartiere, trasformandosi in asset strategici per la sopravvivenza del business.

Il ritorno delle città fabbrica

Questa trasformazione è una regressione strutturale nel rapporto tra lavoro e abitazione. Il modello emergente richiama direttamente le Company Town: insediamenti industriali storici — come il villaggio Crespi d'Adda — in cui l'azienda forniva al dipendente lavoro, alloggio, servizi e beni essenziali.

Oggi l'alloggio transita da costo esterno — a carico del lavoratore nel mercato libero — a voce di bilancio aziendale. Le imprese si fanno carico dell'inefficienza del mercato immobiliare locale per garantire la continuità del servizio, internalizzando un onere che fino a ieri era privato. In molte località, il valore dell'alloggio offerto ai dipendenti supera il 40-50% del salario mensile, ristrutturando il concetto stesso di retribuzione: il dipendente riceve denaro, ma anche «diritto di cittadinanza» temporanea in un luogo altrimenti inaccessibile.

Questo legame introduce però una rigidità critica. La casa diventa condizione imprescindibile per lavorare. Chi si dimette perde istantaneamente anche il diritto all'abitare: un vincolo che blocca la mobilità lavorativa e riduce la libertà di scelta, perché le dimissioni equivalgono a uno sfratto immediato. Se la mia casa dipende dal mio capo, io perdo il potere contrattuale di chiedere un aumento o di cambiare azienda, perché il costo del trasloco e della ricerca di una nuova casa (impossibile da trovare) mi tiene bloccato. È, a tutti gli effetti, una forma di nuovo servaggio.

Per le imprese, la soluzione è una mossa di sopravvivenza: senza un tetto per lo staff, le strutture semplicemente restano chiuse. Il beneficio immediato nasconde però un rischio sistemico — la creazione di un mercato del lavoro a due velocità, in cui solo chi è legato a un'azienda strutturata può permettersi di abitare dove lavora. Gli altri si spostano, alimentando lo spopolamento delle aree turistiche e la gentrificazione forzata.

Comuni e Regioni stanno iniziando a riconoscere l'housing per i lavoratori come infrastruttura strategica, non come atto di welfare. In alcune aree si sperimentano progetti di edilizia pubblica agevolata e accordi tra imprese e amministrazioni locali per garantire canoni accessibili ai dipendenti del settore turistico.

Le soluzioni restano però isolate e sproporzionate rispetto alla complessità del fenomeno. Una strategia nazionale unitaria rimane l'unica via per evitare che l'accesso a un alloggio dignitoso diventi un privilegio riservato a chi lavora per grandi imprese strutturate.

Un Paese che non riesce a far dormire chi serve i suoi turisti ha un problema che i bonus affitto non risolvono.

Le domande dell’Analista

Quando un appartamento in centro rende tre volte di più come alloggio turistico che come abitazione in affitto, quale meccanismo economico innesca nella città? E qual è il punto di rottura oltre il quale i servizi collassano perché camerieri, cuochi e baristi vivono a un'ora di treno dal posto dove lavorano?
Se la casa diventa un benefit che l'azienda ti fornisce perché il mercato libero è troppo caro, non rischiamo di tornare a un modello in cui il datore di lavoro controlla ogni aspetto della vita del dipendente, rendendo quasi impossibile dare le dimissioni senza trovarsi letteralmente in mezzo a una strada?
Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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