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L’ultimo residente del palazzo turistico

Per chi resta – spesso persone anziane che vivono lì da decenni – il condominio smette di essere una piccola comunità e diventa un corridoio d’albergo, pieno di volti che cambiano ogni weekend.

Donna anziana che si affaccia dal terrazzo del suo appartamento
Photo by Skiathos Greece / Unsplash
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Da anni la sua giornata comincia allo stesso modo: caffè, giornale, una mano alla pianta sul pianerottolo. Le porte davanti alla sua, però, non sono più quelle di una volta. I nomi sui campanelli ci sono ancora, ma le persone no. Ogni settimana arrivano valigie diverse, codici di accesso al posto delle chiavi, lingue che cambiano a ogni weekend. I nuovi arrivati lo salutano con un cenno veloce, qualcuno lo scambia per il portiere, altri tirano dritto. Lui è lì da trent’anni. Loro per tre notti.

Il condominio in cui ha vissuto tutta la vita si è trasformato, stanza dopo stanza, in un micro‑albergo. Prima un appartamento «messo a reddito per qualche mese», poi un altro «tanto i figli non ci vivono», poi un terzo «è più facile affittare a turisti che a lungo termine». Nel giro di poco tempo, il pianerottolo dove conosceva tutti è diventato un corridoio di passaggio. E lui è uno dei pochi a vivere ancora quel luogo come casa, non come alloggio temporaneo.

Per molti anziani che vivono nei centri delle città turistiche italiane questa è diventata  routine quotidiana. A ogni funerale, a ogni trasloco, un appartamento in più entra nel circuito degli affitti brevi. Le mail condominiali parlano sempre più spesso di codici di accesso, check‑in automatici, regole per «gli ospiti». Il lessico cambia: non più «vicini», ma «ospiti», «clienti». Il residente stanziale diventa una minoranza silenziosa in un flusso continuo di gente di passaggio.

La solitudine degli anziani è già un fenomeno strutturale in Italia: le proiezioni Istat indicano che in meno di vent’anni circa il 40% degli over 65 vivrà da solo, senza un convivente che possa fare da rete di supporto. In questo quadro, abitare in un condominio vivo, con relazioni di vicinato, è un pezzo fondamentale di welfare informale: qualcuno che bussa se non ti vede, che ti porta il pane quando piove, che ti aiuta con la spesa o ti accompagna a fare un esame.

Quando un palazzo si «turistifica», questa rete si indebolisce. Gli anziani che restano non sono solo circondati da rumori e trolley: perdono quel tessuto di rapporti di vicinato che rende più semplice e sicura la vita di tutti i giorni. Al posto di persone che vedevi e rivedevi negli anni, arrivano volti sempre diversi, presenti per poche notti e concentrati sulla loro vacanza. In queste condizioni è difficile costruire fiducia e appoggiarsi davvero a chi abita – temporaneamente – oltre la porta accanto.

Dal punto di vista economico, la trasformazione ha le sue ragioni. In molti contesti urbani, una casa in centro lasciata vuota dopo la morte del proprietario è più facile da mettere a reddito sul breve periodo che sul lungo. Gli eredi magari vivono altrove, non vogliono affittare a lungo termine per timore di morosità o vincoli, ma sono disposti a delegare gestione e pulizie a un property manager. I numeri, soprattutto in alta stagione, sono spesso dalla loro parte.

Al netto dei benefici per i singoli proprietari e per certi segmenti di economia turistica, però, l’effetto sul tessuto sociale di alcuni quartieri è tangibile. Studi e indagini sul fenomeno degli affitti brevi mostrano che, in città come Venezia o in alcune zone di Firenze, una quota molto elevata degli appartamenti in centro storico è destinata a locazioni turistiche, con conseguente restringimento delle comunità stabili e peggioramento della vivibilità per i residenti.

Per un anziano che decide – o è costretto – a restare nella casa di sempre, questo significa abitare in un luogo che non si comporta più come un condominio, ma come una struttura ricettiva intorno a lui. È l’ultimo a conoscere il nome del portinaio, l’unico ad avere un rapporto continuativo con l’amministratore, il solo a cui interessi davvero se il citofono funziona. Gli altri hanno codici temporanei, numeri di emergenza, chat con host che gestiscono decine di appartamenti.

La sensazione di estraneità non nasce solo dal turismo. Nasce dall’asimmetria di potere. Il residente è legato a quel luogo da vincoli affettivi ed economici: magari paga un affitto regolato da vecchi accordi, magari non potrebbe permettersi un’altra casa nello stesso quartiere. Gli ospiti, invece, possono scegliere: se il palazzo è rumoroso, la prossima volta prenoteranno altrove. Se il quartiere non piace, cambiano destinazione. Chi resta non ha questa libertà.

In parallelo stanno prendendo forma esperienze che vanno in senso opposto: co‑housing tra anziani e studenti, alloggi assistiti, modelli di senior housing che provano a costruire comunità intenzionali invece di lasciar nascere condomìni casuali di solitudini. Sono ancora nicchie, ma indicano una direzione opposta a quella degli affitti brevi spinti all’estremo: fare in modo che la casa dell’anziano non sia solo un asset immobiliare da valorizzare, ma un nodo di relazioni da proteggere.

La solitudine degli anziani è il risultato di molti fattori: decisioni immobiliari e fiscali, scelte urbanistiche, modalità con cui gli appartamenti vengono destinati a residenti stabili o al turismo di breve periodo. Quando l’ultimo residente stabile di un palazzo turistico spegne la luce la sera, non rimane solo in un appartamento. Rimane solo in un modello di città che ha deciso che la presenza temporanea vale più di quella continua.

La domanda, allora, non riguarda solo lui: riguarda tutti noi. Che posto vogliamo che abbiano gli anziani – e, un domani, noi stessi – nei quartieri che oggi affittiamo a notti e domani diremo di voler difendere come «nostri»?

Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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