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Perché abbiamo delegato i nostri ricordi a un algoritmo

Un tempo le foto ingiallite in fondo a un cassetto erano un segreto tra noi e il tempo. Oggi la nostra memoria è un magazzino gestito da terzi.

Smartphone con app social aperta con le foto del profilo caricate
Photo by IZIUMLAB / Unsplash

La mattina, prima del caffè, arriva il primo promemoria del passato. Una notifica: «Ricordi di tre anni fa». L’app foto propone un weekend al mare con qualcuno che non fa più parte della vita di oggi. Poco dopo la piattaforma musicale accende una playlist «mix nostalgia», curata automaticamente «per te». Non abbiamo scelto di ricordare proprio quella giornata. È stata selezionata da un algoritmo.

Negli album fisici c’era già una selezione, certo. Si stampavano solo alcune foto, si sceglievano le migliori, si incollavano nell’ordine voluto. Ma la regia restava in mano a chi aveva vissuto gli eventi. Oggi la memoria visiva e sonora è teoricamente infinita: migliaia di scatti, note vocali, canzoni, storie. A lavorare su quell’archivio, però, sono sistemi automatici che stabiliscono cosa è degno di riapparire.

I criteri sono tecnici: foto con molti volti riconosciuti, luoghi iconici, date che si ripetono, interazioni passate. Ma producono un effetto narrativo. Alcuni momenti vengono riproposti, altri restano sepolti. Alcune relazioni sembrano centrali perché generate spesso dalle notifiche, altre scompaiono dal montaggio della nostra storia.

La conseguenza emotiva non è neutra. Un ricordo felice può apparire in un periodo difficile e diventare balsamo o ferita. Una foto di qualcuno che non c’è più arriva all’improvviso, senza preparazione. Una fase della vita che avevamo messo in pausa torna in primo piano non perché l’abbiamo scelta, ma perché l’algoritmo l’ha giudicata «significativa».

La memoria diventa un servizio. È organizzata, ripulita, confezionata e servita a tempo debito da piattaforme il cui obiettivo principale resta tenere alta l’attenzione, stimolare interazioni, trattenere l’utente. La nostra vita diventa una bozza perenne che qualcun altro monta in un highlight.

Esiste la possibilità di riprendere controllo: disattivare, archiviare, scaricare, cancellare, spostare offline. Ma richiede tempo, alfabetizzazione digitale, consapevolezza. E anche allora, la gran parte degli utenti continuerà a convivere con un flusso di «ricordi selezionati per te» che orienta il modo in cui percepiamo il nostro passato.

La domanda non è solo tecnica, ma politica e culturale: chi decide quali frammenti del nostro vissuto meritano di essere riportati in superficie, trasformati in storia comune, usati per capire chi siamo stati? E quanto è facile dimenticare ciò che non entra mai nel carosello dei «momenti da ricordare»?

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