Almeno sette dorsali sottomarine solcano lo Stretto di Hormuz, veicolando una parte significativa del traffico dati tra Europa, Asia e le monarchie del Golfo. Lungo tali rotte transitano flussi che collegano snodi digitali di primo piano — Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Oman — all’interno di un sistema che muove ogni anno miliardi di dollari in comunicazioni e operazioni finanziarie. Teheran, rafforzata dal controllo militare consolidato dopo il recente conflitto, punta ora a introdurre pedaggi a carico delle grandi aziende tecnologiche per l’utilizzo delle infrastrutture. La scorsa settimana il Parlamento iraniano ha esaminato un piano che trasformerebbe un braccio di mare largo appena 34 chilometri in quello che potrebbe diventare il primo vero «collo di bottiglia» fiscale della rete globale.
Una quota non trascurabile degli scambi tra imprese italiane e fornitori asiatici passa da lì. Le piattaforme di cloud computing che sostengono le filiere del made in Italy — dalla moda alla meccanica — si appoggiano a data center e grandi server farm localizzati soprattutto negli Emirati e in Oman, raggiunti in larga parte proprio attraverso quei cavi. L’ipotesi, emersa nel dibattito parlamentare iraniano, di una tariffa del 5% sul traffico dati comporterebbe, secondo diverse simulazioni, un aumento sensibile dei costi operativi per le PMI italiane attive sui mercati asiatici.