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Il Kenya si ribella contro il centro di quarantena Ebola americano
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Il governo del Kenya ha concesso l'autorizzazione scritta agli Stati Uniti per aprire un centro di quarantena nella base aerea di Laikipia, nel Kenya centrale, destinato ai cittadini americani esposti all'Ebola. La struttura — 50 posti letto iniziali, gestita dal U.S. Public Health Service — sarebbe dovuta entrare in funzione il 29 maggio, ma un tribunale di Nairobi ha emesso un'ordinanza cautelare che ne sospende l'operatività su ricorso dell'Istituto Katiba, fino all'udienza fissata per il 2 giugno. Il governo keniota aveva spinto per aprire la struttura a tutte le nazionalità, non solo agli americani: non è chiaro se Washington abbia accettato.

L'accordo ha però scatenato un'immediata battaglia legale e forti apprensioni nel Paese. L'Istituto Katiba, un'organizzazione keniota per i diritti costituzionali, ha infatti impugnato il progetto davanti alla giustizia, denunciando che il piano è stato pianificato «in segreto e unilateralmente» e sollevando serie preoccupazioni costituzionali. Al coro di critiche si è aggiunto l'Africa CDC, che ha avvertito sul rischio concreto che il centro possa sovraccaricare il sistema sanitario keniota se non sarà accompagnato da risorse finanziarie aggiuntive da parte di Washington. Di fronte a queste accuse, il governo di Nairobi, che finora non ha registrato contagi interni, ha preferito evitare commenti diretti.

L'urgenza degli Stati Uniti è dettata dalla gravità dell'epidemia causata dalla variante Bundibugyo, un ceppo letale per il quale non esistono ancora né vaccini né terapie. L'OMS ha registrato 906 casi sospetti e 223 morti presunti tra Congo e Uganda, con un tasso di letalità tra i casi confermati compreso tra il 30% e il 50%.

L'intera vicenda mette a nudo le profonde tensioni geopolitiche tra le esigenze di sicurezza sanitaria globale delle superpotenze e la tutela della sovranità nazionale dei paesi africani, che si trovano esposti in prima linea a causa della loro vicinanza geografica ai focolai.