Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalizzato l'incriminazione di Raúl Castro, ex presidente cubano e fratello del leggendario Fidel, per l'abbattimento di due aerei civili avvenuto nel febbraio 1996. L'episodio, noto come il massacro dei Brothers to the Rescue, costò la vita a quattro piloti cubano-americani che sorvolavano lo Stretto della Florida per soccorrere balseros in fuga dal regime. L'accusa arriva trent'anni dopo i fatti, in un momento in cui l'amministrazione Trump riprende una linea di massima pressione verso L'Avana, alimentando a Cuba il timore che Washington stia replicando la strategia applicata contro il Venezuela di Nicolás Maduro: incriminazione dei leader, inasprimento delle sanzioni, isolamento internazionale.
Per l'Italia, osservatore europeo spesso in bilico tra atlantismo e pragmatismo commerciale, la mossa statunitense pone interrogativi concreti. Le imprese italiane, pur in misura ridotta rispetto agli anni Novanta, mantengono relazioni con Cuba nei settori turistico, agroalimentare e delle infrastrutture. La pressione americana su L'Avana rischia di complicare questi rapporti, soprattutto se Bruxelles dovesse allinearsi alle posizioni di Washington o se le sanzioni secondarie venissero estese. L'esperienza venezuelana insegna che le incriminazioni americane non restano simboliche: diventano strumenti di politica estera capaci di condizionare le scelte dei partner commerciali terzi.
Il precedente venezuelano e la retorica del cambio di regime
L'incriminazione di Maduro nel marzo 2020 per narcotraffico segnò un punto di svolta nella pressione americana sul Venezuela. Non si trattò solo di un atto giudiziario: fu il preludio a un rafforzamento delle sanzioni settoriali, al blocco degli asset petroliferi e a tentativi di riconoscimento internazionale di governi paralleli. Cuba teme ora un copione simile. L'incriminazione di Raúl Castro, figura centrale del regime anche dopo il passaggio formale della presidenza a Miguel Díaz-Canel nel 2018, potrebbe servire da base giuridica per misure punitive più ampie, coinvolgendo anche le famiglie storiche della nomenclatura castrista.
La differenza rispetto al Venezuela sta nella minore rilevanza economica di Cuba. L'isola non dispone di riserve petrolifere paragonabili a quelle venezuelane, né rappresenta un mercato di dimensioni attrattive per i grandi capitali internazionali. Tuttavia, la sua posizione geografica e il suo valore simbolico per i movimenti progressisti latinoamericani la rendono un obiettivo politico di primo piano. Washington sa che un cambio di regime a L'Avana avrebbe ricadute ben oltre i Caraibi, influenzando le dinamiche regionali in Centroamerica e nei rapporti con potenze come Russia e Cina, entrambe presenti sull'isola con investimenti strategici.
L'Italia tra memoria storica e calcolo geopolitico
L'Italia ha storicamente mantenuto un approccio distinto rispetto agli Stati Uniti nelle relazioni con Cuba. Roma non ha mai aderito pienamente all'embargo americano, partecipando invece a iniziative europee di dialogo e cooperazione. Imprese italiane operano nell'isola da decenni: dal turismo, settore in cui gruppi come Alpitour hanno investito in joint venture con lo Stato cubano, all'agroalimentare, dove aziende del Nord Italia esportano macchinari e prodotti trasformati. Anche nel settore delle infrastrutture, seppur con progetti limitati, la presenza italiana non è trascurabile.
L'incriminazione di Castro pone Roma di fronte a un dilemma: continuare sulla linea del dialogo, rischiando tensioni con Washington, oppure allinearsi progressivamente alle posizioni americane, sacrificando rapporti costruiti in decenni. La scelta non è neutra. Se l'Unione Europea dovesse coordinarsi con gli Stati Uniti per un inasprimento delle misure contro Cuba, l'Italia si troverebbe a dover bilanciare solidarietà atlantica e interessi economici concreti. Il precedente iraniano, dove le sanzioni secondarie hanno spinto molte imprese europee a ritirarsi dal mercato persiano, offre un modello di ciò che potrebbe accadere.
Le traiettorie aperte e i segnali di resistenza
Non mancano segnali di resistenza al copione ventilato da Washington. Cuba ha intensificato negli ultimi anni i rapporti con Cina e Russia, che forniscono sostegno finanziario, tecnologico e diplomatico. Pechino ha investito in progetti infrastrutturali e telecomunicazioni, mentre Mosca ha rafforzato la presenza militare e la cooperazione energetica. Questi legami riducono la capacità americana di isolare completamente L'Avana, creando un contesto multipolare che complica strategie unilaterali.
Anche all'interno degli Stati Uniti, voci critiche mettono in discussione l'efficacia della linea dura. Settori del mondo accademico e parti del Partito Democratico ritengono che l'isolamento abbia fallito nel promuovere cambiamenti democratici, favorendo invece l'irrigidimento del regime. L'incriminazione di Castro potrebbe perciò rivelarsi più uno strumento di consenso interno, rivolto all'elettorato cubano-americano in Florida, che una leva reale di trasformazione politica. Per l'Italia, osservare come evolveranno le posizioni europee e le dinamiche interne americane sarà determinante per calibrare la propria strategia nei prossimi mesi.