Donald Trump ha annunciato l'intenzione di avviare colloqui diretti con il presidente taiwanese Lai Ching-te, pochi giorni dopo il vertice tenuto a Pechino con Xi Jinping. La mossa arriva dopo che il presidente statunitense aveva pubblicamente messo in guardia Taiwan dall'intraprendere passi formali verso una dichiarazione di indipendenza, ribadendo di non volere «un'altra guerra a migliaia di chilometri di distanza». L'oscillazione tra pressione su Taipei e apertura al dialogo traccia una linea diplomatica fluida, che gli osservatori europei faticano a decifrare. Per l'Italia, membro di un'Unione europea chiamata a posizionarsi su una delle fratture più esplosive del sistema internazionale, la partita taiwanese non è un dettaglio geopolitico remoto: è il crocevia tra approvvigionamento tecnologico, catene di fornitura strategiche e stabilità commerciale con la Cina.
La dipendenza europea dai semiconduttori taiwanesi
Taiwan controlla oltre il sessanta per cento della produzione globale di semiconduttori avanzati e quasi il novanta per cento dei chip più sofisticati, quelli sotto i sette nanometri. Aziende italiane nei settori automotive, aerospaziale, medicale e automazione industriale dipendono da quella filiera. Gruppi come STMicroelectronics, sebbene producano chip in Europa, acquistano componenti intermedi e macchinari da Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il gigante di Hsinchu che rifornisce Apple, Nvidia e gran parte dell'industria occidentale. Un'escalation nello Stretto potrebbe bloccare le forniture per mesi, con effetti a catena su linee di produzione che operano su margini di scorta ridottissimi. La pandemia ha già dimostrato quanto fragili siano le supply chain globali: un conflitto militare intorno a Taiwan le spezzerebbe.